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Introduzione
Paikuli
Ostia Antica

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ARCHEOLOGIA

INTRODUZIONE

La torre commemorativa di Paikuli

Il monumento di Paikuli sorge in territorio irakeno, in posizione isolata, sui primi contrafforti occidentali del tratto centrale dei Monti Zagros, a metà strada tra l’odierno capoluogo provinciale di Sulaimaniyya e l’importante località archeologica di Qasr-e Shirin, in territorio iraniano. Nell’antichità si collocava al confine tra due delle più importanti province sasanide, di cui una, nota come Asurestan, era la provincia reale in cui sorgeva la capitale Ctesifonte. Qui i nobili attesero l'arrivo del sovrano sasanide Narseh (293-302 d.C.), prima della sua vittoria su Bahram III, per giurargli fedeltà. Il monumento sasanide di Paikuli riveste un’importanza di particolare rilievo nell’ambito delle ricerche sulla storia dell’Iran antico poiché sulle sue pareti Narseh, salito al trono sconfiggendo il nipote Bahram III ed il partito del Gran Sacerdote, volle fosse incisa una lunga iscrizione nelle due principali lingue del regno, medio-persiano e partico, a ricordo delle vicende della propria tormentata carriera politica.
La scelta di utilizzare le pareti di un monumento di pianta quadrata, turriforme, costruito con un paramento esterno di blocchi di pietra squadrati, sembra ispirata dalla emulazione di quanto soltanto quarant’anni prima aveva ordinato suo padre Shapuhr I, che nella lunga iscrizione sulle pareti del monumento achemenide noto come Kaba-i Zardusht a Naqsh-e Rostam nel Fars, aveva raccontato la propria storia politica ed insieme illustrato l’organizzazione del suo regno.
Il luogo in cui il monumento venne costruito, che può sembrare a margine delle grandi vie di comunicazione e quindi estraneo ad una più vasta fruizione, ha un valore eminentemente simbolico, poiché rappresenta il luogo in cui Narseh, nell’aspro scontro con il nipote Bahram III, era stato riconosciuto come Re dei Re dai Grandi del Regno e così di fatto incoronato.

Il monumento fu individuato per la prima volta nella prima metà dell’Ottocento da H.C. Rawlinson, che documentò alcune parti delle iscrizioni. Fu poi Ernst Herzfeld, in una serie di avventurose spedizioni nella turbolenta regione al confine fra il regno di Persia e l’impero ottomano, fra il 1911 e nel 1923, a raccogliere una nuova e più abbondante documentazione diretta. La relazione preliminare delle spedizioni, oltre ad una resoconto quantomai vivo delle numerose difficoltà di ogni genere incontrate, contiene una descrizione sintetica dell’edificio, con disegno ricostruttivo ma senza una vera e propria planimetria, e si concentra soprattutto sui blocchi del paramento portanti le due versioni partica e medio-persiana dell’iscrizione, dispersi tutt’intorno su un’area ampia fino ad un centinaio di metri dalla torre, soprattutto sui pendii che a est e a ovest segnano l’andamento del terreno circostante. Il rapporto completo pubblicato successivamente si muove sulle stesse linee, ovviamente con un dettaglio maggiore, ma con la stessa carenza nella documentazione grafica del monumento.
Gli studi più recenti condotti da H. Humbach e O.P. Skjaervø si sono anch’essi concentrati esclusivamente sulle due iscrizioni.
Restano quindi ancora aperte numerose questioni interpretative, che riguardano l’iscrizione ma soprattutto l’architettura e la decorazione della torre stessa.

PAIKULI
Le attivitą di scavo sul sito di Paikuli si sono svolte fra il 27 settembre e il 27 ottobre 2006 con l'ausilio di 10 operai selezionati dal Museo di Sulemaniya e impiegati per un totale di 3 settimane di scavo. I primi 5 giorni di permanenza sul sito sono stati dedicati allo studio delle evidenze apparenti con lo scopo di scegliere una strategia di intervento archeologico e di cominciare il lavoro di impianto dell'apparato topografico di sostegno allo studio del monumento. Questo lavoro preliminare ha portato alla realizzazione di una griglia per l'organizzazione spaziale dello scavo, al posizionamento delle due prime trincee di saggio con le quali si č deciso di procedere in questo anno, e infine ad una prima valutazione del numero dei blocchi che in origine componevano il monumento e si trovano attualmente sparsi sulla sommitą e lungo le pendici della collina....

Rapporto di scavo (pdf - 2.446 KB)

 

OSTIA ANTICA

Posta fra Roma e il Mar Tirreno, Ostia deve il proprio nome alla sua collocazione sulla foce del fiume Tevere (Ostia Tiberina deriva dal latino e vuol dire per l’appunto “Bocca del Tevere”). Unico porto naturale della costa occidentale italiana fra La Spezia e Gaeta, assunse un’importanza vitale per la capitale dell’impero, per il suo approvvigionamento e per le sue spedizioni militari. Fondata secondo la leggenda dal quarto re di Roma, Anco Marzio nel VII secolo a.C., in realtà le prove archeologiche non permettono di risalire, per la sua fondazione, più indietro del IV sec. a.C. quando i Romani, per difendere il litorale e consolidare il loro predominio sulla costa, vi impiantarono un primo accampamento fortificato (castrum).
La posizione strategica, che permetteva alla città non solo di commerciare con tutto il Mediterraneo ma anche di controllare le vie di comunicazioni che da questo risalivano attraverso il fiume sino a Roma, permise ad Ostia uno sviluppo commerciale ma anche “culturale” che rivaleggiava con quello della Capitale. Come spesso accade, infatti, insieme alle merci viaggiavano idee, tecnologie e nuove credenze che, dalle sconfinate e remote aree dell’Asia approdavano nell’Impero. Città di mercanti, soldati, mercenari, doveva a questa mescolanza di lingue, culture e razze diverse, la sua speciale vocazione cosmopolita, testimoniata anche dalla presenza di diversi culti di origine orientale, attestati con abbondanza al suo interno: dalla Magna Mater Cibele proveniente dalla Frigia, all’Iside egizia, fino ai Misteri di Mitra, di indubbia ascendenza Persiana. E proprio sui culti e gli edifici legati a Mitra, particolarmente numerosi nel sito, si sono concentrate le nostre ricerche con lo scavo di uno dei meno conosciuti dei suoi diciotto Mitrei: il Mitreo delle Sette Porte. Ricavato all’interno di un edificio preesistente, com’è tradizione di questi particolari impianti cultuali ad Ostia, prende il suo nome dal pavimento musivo che lo decora e che presenta, proprio all’ingresso del tempio, la raffigurazione di un portale a sette archi, chiaro riferimento simbolico ai 7 gradi iniziatici che componevano la gerarchia degli iniziati ai Misteri di Mitra. Benché i restauri portati a termine in passato in questo santuario avessero parzialmente compromesso la stratigrafia all’interno dei due podia laterali, si è ugualmente tentato un intervento sistematico che permettesse il recupero della stratigrafia originaria. Intervento il cui esito, nonostante le ovvie difficoltà, si è rivelato più che positivo portando inoltre al rinvenimento di un ingente corredo cultuale, probabilmente appartenente alla prima fase di utilizzo del santuario.

Rapporto di scavo (pdf - 2.1336 KB)
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FORMAZIONE

I corsi teorici (novembre-dicembre 2007)

L’attività didattica organizzata, nell’ambito del progetto Kurdistan, a completamento della formazione pratica nel cantiere di scavo di Ostia Antica, ha comportato da un lato un approfondimento metodologico relativo alla ricerca archeologica, dall’altro una serie di lezioni sulla storia, la filologia, l’architettura e la storia dell’arte del mondo iranico antico. I partecipanti kurdo-iracheni del progetto in questo modo hanno potuto approfondire, in una prospettiva metodologicamente aggiornata, quelle problematiche storico-culturali di maggiore interesse per il patrimonio culturale del proprio paese. Le lezioni sono state tenute in lingua inglese e con una traduzione simultanea in Curdo da parte di uno dei partecipanti ogni volta che il docente percepiva una difficoltà particolare di comprensione da parte degli allievi. Tutti gli argomenti sono stati illustrati mediante grafici e schemi che i partecipanti hanno ricevuto sotto forma di dispensa.
Il responsabile del gruppo curdo-iracheno ha inoltre provveduto alla registrazione di tutte le lezioni su supporto digitale video.
Le lezioni di Metodologia della ricerca archeologica, tenute dal prof. Pierfrancesco Callieri, docente di Archeologia e storia dell’arte iranica all’Università di Bologna, hanno presentato ai corsisti i principali argomenti di una disciplina che mancava dal loro bagaglio di formazione.
Per i partecipanti si è trattato del primo incontro con un approccio teorico alla metodologia dell’indagine archeologica, che riguarda non solo lo scavo, ma anche tutte le indagini di superficie, dalle prospezioni alle ricognizioni. Il rilievo assegnato all’importanza dei contesti quali corredo fondamentale di ogni informazione di natura archeologica ha incontrato particolare favore ed ha stimolato i corsisti alla riflessione sulla necessità di un’attività archeologica sempre attenta al recupero di ogni informazione sui contesti archeologici.
Un argomento di notevole importanza è stato costituito dall’illustrazione della pianificazione e della strategia della ricerca sul campo, basata su un’attenta valutazione dei tempi, dei costi e delle finalità del lavoro, dallo scavo di salvataggio alle indagini pianificate su una lunga durata: su questo punto i corsisti hanno potuto fare immediate riferimento alla propria esperienza nell’ambito della funzione di soprintendenza territoriale del Museo di Sleimani.
Una breve storia della metodologia di scavo ha successivamente permesso di illustrare l’evoluzione dell’impostazione teorica e pratica della ricerca archeologica, che nel giro di mezzo secolo è passata attraverso più di una rivoluzione, da quella dell’introduzione organica dell’approccio stratigrafico negli anni 1940 a quella dell’affinamento metodologico di questo approccio della fine degli anni 1970.
La qualifica di geologo di uno dei corsisti ha permesso una dettagliata spiegazione in lingua curda del concetto di stratigrafia così come individuato nella geologia, ed ha fornito una ottima base di partenza per la spiegazione dell’indagine stratigrafica nell’archeologia.
Sono stati esaminati nel dettaglio tutti gli aspetti della metodologia dello scavo stratigrafico organicamente teorizzata da M. Wheeler, dal concetto di strato ai metodi di numerazione degli strati ed alla loro documentazione grafica, che vede nella sezione stratigrafica lo strumento principale di realizzazione. Il raccordo immediato tra questa impostazione e le successive modifiche propugnate da E. Harris ha permesso ai corsisti di arrivare per gradi alla complessa metodologia oggi considerata comune, che ha sostituito il concetto di “strato” con quello di “unità stratigrafica”. In tal modo anche i concetti più astratti di “interfaccia” e di “unità stratigrafica negativa” sono stati recepiti ed assimilati.
Al termine di questa fase di illustrazione teorica, la spiegazione del diagramma stratigrafico o “matrix” ha richiesto un opportuno completamento, basato su numerose esercitazioni di esemplificazione pratica nelle quali i corsisti hanno potuto verificare la correttezza di quanto appreso.
La necessaria attenzione è stata fornita inoltre all’aspetto della documentazione, anche grafica e fotografica, richiesta da questa metodologia, con le schede delle unità stratigrafiche, le loro piante e fotografie. Sono stati debitamente messi in luce i rischi che l’uso di una forma metodologicamente valida quale quella della scheda di unità stratigrafica può presentare nei casi di una compilazione errata o comunque imprecisa.
Il corso è terminato con un ritorno sulle linee guida per l’organizzazione di eventuali cantieri di scavo, partendo dalla sottolineatura delle necessità imprescindibili per un’attività che si possa definire “archeologica” anche in condizioni di emergenza, e dalla valutazione del rapporto costi/tempo/risultati attesi.
Il risultato del corso è stato particolarmente lusinghiero, con un grande interesse ed un forte coinvolgimento da parte dei partecipanti, soprattutto negli aspetti di maggiore raccordo con l’attività sul campo, che ha dimostrato le potenzialità enormi di una didattica pur complessa ma sempre ancorata a problematiche vissute nella professionalità quotidiana.
Il corso di Archeologia e storia dell’arte del mondo iranico, tenuto dal prof. Callieri, ha proposto ai corsisti in una forma compressa le principali problematiche del settore nonché una sintesi diacronica dal periodo achemenide a quello sasanide relativa all’architettura ed all’arte delle regioni occidentali dell’altopiano iranico coincidenti o comunque limitrofe al Kurdistan iracheno.
E’ stato assegnato un debito ruolo alla illustrazione delle tecniche architettoniche tipiche del mondo iranico, dalle murature in crudo ai diversi sistemi di copertura con volte e cupole.
Anche per questo corso, l’uso di carte e piante topografiche, così come di alcune proiezioni di diapositive, ha costituito un supporto didattico particolarmente apprezzato.

PAIKULI PROJECT © Copyright 2005 - 2008 e-mail: paikuli@paikuli.org - webmaster Dario Marletto

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