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Introduzione
Paikuli
Ostia Antica
Formazione

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STORIA E FILOLOGIA

INTRODUZIONE

Nel febbraio 2006 a coronamento di una missione preliminare condotta a Sulaimaniya dalla nostra equipe, nella quale sono stati allacciati i contatti con le autorità locali preposte alla salvaguardia del patrimonio culturale della regione del Kurdistan, venne avviato il progetto congiunto chiamato “Paikuli Project”. La scelta di iniziare la nostra ricerca con l’indagine della torre di Paikuli è dovuta alla grande rilevanza storica di tale monumento. L’iscrizione regale che essa recava rappresenta, infatti, un documento storico che ha fatto progredire lo studio della civiltà iranica non solo da un punto di vista storico-culturale ma anche, e forse soprattutto, linguistico. Lo scopo del progetto è stato fin dall’inizio quello di porre le basi sia per nuovi studi sul monumento di Paikuli, sia per una sua conservazione e valorizzazione. Data, infatti, la sua difficile accessibilità, dovuta prima ad un isolamento geografico e successivamente alle tragiche vicende che nell’ultimo secolo hanno coinvolto la regione del Kurdistan irakeno, gli studi in situ fatti fino ad oggi si limitano quasi esclusivamente alle spedizioni condotte dall’archeologo tedesco E. Herzfeld nei primi anni del XX secolo. Ricondurre, oggi, attività di ricerca sostenute con nuovi mezzi e tecnologie ha dunque lo scopo di apportare nuove e più dettagliate conoscenze oltre che valutare lo stato effettivo di preservazione in cui l’iscrizione versa attualmente, ossia dopo aver sofferto tanto il deterioramento dovuto ad agenti atmosferici, quanto soprattutto ad attività antropiche (riutilizzazione dei blocchi, guerra, indebita sottrazione e furti) .

PAIKULI

La torre e la sua iscrizione
Il monumento di Paikuli sorge oggi in territorio irakeno, in posizione isolata, sui primi contrafforti occidentali del tratto centrale dei Monti Zagros, a metà strada tra l'odierno capoluogo provinciale di Sulaimaniya e l'importante località archeologica di Qasr-e Shirin, in territorio iraniano. Nell'antichità si collocava al confine tra la provincia sasanide nota come Asurestan e la provincia reale, dov'era situata la capitale Ctesifonte. Qui i nobili attesero l'arrivo del sovrano sasanide Narseh (293-302 d.C.), dopo la sua vittoria su Wahram III, per giurargli la loro fedeltà. Anche per questo motivo, il monumento sasanide di Paikuli, riveste un'importanza di particolare rilievo nell'ambito delle ricerche sulla storia dell'Iran antico poiché sulle sue pareti Narseh, salito al trono sconfiggendo il nipote Wahram III, volle fosse incisa una lunga iscrizione nelle due principali lingue del regno, medio-persiano e partico, a ricordo delle vicende della propria tormentata carriera politica. La scelta di utilizzare le pareti di un monumento di pianta quadrata, turriforme, costruito con un paramento esterno di blocchi di pietra squadrati, sembra ispirata dalla emulazione di quanto soltanto circa quarant'anni prima aveva ordinato suo padre Sabuhr I, che nella lunga iscrizione sulle pareti del monumento achemenide di Naqsh-e Rostam, nel Fars, aveva raccontato la propria storia politica ed insieme illustrato l'organizzazione del suo regno. Il luogo in cui il monumento venne costruito, che oggi può sembrare a margine delle grandi vie di comunicazione e quindi estraneo ad una più vasta fruizione, in realtà nell'antichità era posto su una strada assai frequentata che collegava le piana mesopotamica nella quale sorgeva la grande capitale Ctesifonte con le regioni dell'altopiano iranico e in particolare con l'Azerbaijan, l'antica Atropatene; ancora in epoca moderna, fino alla realizzazione di una nuova strada che segue l'alto corso della Diyala (Aw-e Shirwan in curdo), il passo di Paikuli era la via più breve che metteva in comunicazione la regione di Sulaimaniya con Baghdad. Il monumento, inoltre, ha un valore eminentemente simbolico, poiché demarca il luogo in cui Narseh, nell'aspro scontro con il nipote Wahram III, era stato riconosciuto come Re dei Re dai Grandi del Regno e così incoronato.

La scoperta e l’indagine epigrafica del sito di Paikuli
La storia del rinvenimento e dello studio dei vari blocchi iscritti risulta essere assai complessa; per primo a visitare il monumento nel 1844 fu il celeberrimo Sir Henry Rawlinson, al tempo console britannico a Baghdad. Nel corso di questa spedizione egli disegnò la copia di 32 blocchi iscritti (22 medio-persiani e 10 partici), ma soltanto col grande archeologo tedesco Ernst Herzfeld furono intraprese vere e proprie campagne per l’indagine del sito di Paikuli. Durante le prime due missioni svoltesi nel 1911 e 1913, Herzfeld riporta alla luce 97 blocchi iscritti (55 medio-persiani e 45 partici), ai quali vanno sommati tre blocchi disegnati da Rawlinson ma non individuati da Herzfeld. Proprio questa collezione di 100 blocchi forma il materiale su cui si basa la prima edizione filologica dell’iscrizione di Narseh, apparsa nei due volumi della pubblicazione intitolata Paikuli. Monument and Inscription of the Early History of the Sasanian Empire, del 1924. L’ultima visita di Herzfeld a Paikuli fu nel 1923, da questo scavo emersero altri 30 blocchi iscritti che l’archeologo tedesco però non fece in tempo a inserire nella sua pubblicazione; il nuovo materiale epigrafico consisteva in 20 blocchi in medio-persiano e 10 in partico inoltre, essendo un blocco già accessibile grazie ai disegni di Rawlinson, si arrivò ad un totale complessivo di 129 blocchi conosciuti. Nel suo Reisebericht, pubblicato nel 1926, Herzfeld offre un resoconto della sua terza spedizione a Paikuli, ma accenna solo brevemente alle nuove scoperte epigrafiche che rimasero inedite fino alla più recente ricostruzione filologica dell’iscrizione attuata da Humbach e Skjaervø (1979-1983). Anche quest’ultima edizione dell’iscrizione di Paikuli, di gran lunga la più completa ed accurata in merito all’analisi filologica, conobbe una genesi assai lunga; il punto di partenza fu il viaggio a Paikuli di Volker Popp, intrapreso nel 1971, nel quale si riuscirono ad individuare solamente 63 blocchi iscritti (37 in medio-persiano e 26 in partico). Gli autori quindi furono costretti a fare affidamento principalmente sul materiale fotografico e sui calchi presi da Herzfeld e custoditi, dopo la sua morte, negli archivi della Freer Gallery of Art di Washington D.C.. Riunendo il materiale epigrafico già esistente (disegni di Rawlinson, le fotografie e i calchi conservati nell’archivio di Herzfeld) e integrandolo con le nuove foto prese da Popp, si riuscì per la prima volta a collazionare e ad editare insieme tutti i 129 blocchi conosciuti. Sebbene la consistenza complessiva e originaria delle due iscrizioni sia stata stimata intorno ai 230-240 blocchi, molte delle svariate lacune sono state colmate grazie ad una lettura sinottica delle due versioni gemelle facendo così progredire significativamente la comprensione di questo importante documento storico.

Annotazioni epigrafiche e filologiche
La versione medio-persiana, che secondo la ricostruzione di Herzfeld occupava il muro occidentale del monumento è costituita da otto file di blocchi iscritti (numerate A, B, C, D, E, F, G, H) contenenti un totale di 46 linee, mentre l’iscrizione partica posta sul versante orientale consiste in sette file di blocchi (numerate a, b, c, d, e, f, g,) con un totale di 42 linee. Nessuna fila di blocchi risulta essere oggi completa e il totale approssimativo del numero di blocchi iscritti doveva essere di circa 230-240; al contempo è stato calcolato che la lunghezza del testo doveva misurare circa 940 cm (Humbach-Skjaervø 1979-1983). In entrambe le versioni ogni fila può avere un numero variabile di linee iscritte, poiché a fianco alla tipologia standard, presente in BCDE e in abcde dove sei linee di testo coprono l’intera superficie del blocco, si accompagnano diverse eccezioni, dovute sia alla conformazione morfologica del monumento sia alla posizione della fila all’interno dell’iscrizione: A, contiene 5 linee; F, 5 linee più una linea bianca; f, sei linee più una bianca; G e g, sette linee; H cinque linee più due bianche. Anche a prima vista può essere notato come il testo sia stato scolpito con grande attenzione e cura nei particolari; sia le lettere che le parole sono, infatti, uniformemente divise, presentando forma e grandezza regolari. L’aspetto che più colpisce è senza dubbio il fatto che il testo sia stato inciso nella pietra tenendo conto della prospettiva che si aveva da terra. Per tale ragione la grandezza dei caratteri diminuisce procedendo verso il basso; in questo modo, ad esempio, se le file più alte A/a presentano lettere che vanno dai 60 ai 50 mm in altezza, le ultime file, la H/g, contengono caratteri che misurano dai 40 ai 30 mm.
Sia il medio-persiano che il partico sono due lingue iraniche del periodo medio, che copre un lasso di tempo che va dal IV/III secolo a.C. al X d.C., la prima è riconducibile al ramo dialettale sud occidentale di questa famiglia linguistica mentre la seconda a quello nord occidentale. Entrambe giocarono un ruolo di grande rilievo nella storia della civiltà iranica poiché il partico fu l’idioma principale del regno e della dinastia arsacide, mentre il medio-persiano, grazie all’ascesa dei sovrani sasanidi, assurse al ruolo di lingua ufficiale di stato e chiesa. Parimenti sia il partico che il medio-persiano hanno adottato due sistemi grafici derivati dall’aramaico, che risultano essere assai affini. L’influenza che l’aramaico esercitò come koiné del vasto impero achemenide determinò lo sviluppo dei sistemi di scrittura di diverse lingue iraniche, le quali non solo su quello si basarono, ma mantennero anche, per tutto il corso della loro lunga evoluzione, una spiccata connotazione ideografica legata alla loro origine. Sia il medio-persiano che il partico, infatti, hanno elaborato un sistema di scrittura misto che prevede la coesistenza di lemmi trascritti foneticamente con altri espressi in maniera ideografica, ossia attraverso eterogrammi scritti in aramaico ma letti e comunque percepiti nei rispettivi idiomi iranici; col tempo infatti queste parole scritte in aramaico erano divenute meri simboli grafici ai quali venivano addizionati complementi fonetici che servivano a denotare la loro funzione sintattica nelle diverse lingue iraniche. Il ductus del medio-persiano monumentale, col quale furono trascritte le grandi iscrizioni dei sovrani sasanidi, consiste in 21 segni e al contrario del corsivo più tardo non presenta ancora legature, mantenendo la divisione dei singoli segni; inoltre il sistema grafico monumentale non è ancora affetto dal fenomeno di omografia che caratterizzerà invece la fase corsiva del medio-persiano e che implicherà la resa di diversi fonemi attraverso un unico segno. L’alfabeto partico è invece formato da 22 segni.

Il quadro storico dell’iscrizione di Paikuli
L’iscrizione di Paikuli celebra le vicende che portarono l’ascesa al trono di Narseh dopo una lotta dinastica che vide opporsi due fazioni politiche, l’una a favore di Wahrām Re dei Saci e l’altra che appoggiava Narseh.
Questa contesa fu generata dal seguente processo di successione regia: al grande sovrano sasanide Šābuhr I, secondo della sua dinastia, succedettero due dei suoi figli, ma entrambi regnarono per un periodo assai limitato, il primo Ohrmazd I dal 272 al 273 d.C., mentre il secondo Wahrām I governò dal 273 al 276. Più lungo fu il regno del figlio di quest’ultimo, Wahrām II, che durò dal 276 al 293. Alla morte di Wahrām II i dignitari del regno offrirono la corona a Narseh, uno dei figli di Šābuhr I che al tempo deteneva la carica di Re dell’Armenia, di rango seconda solo al re dei re d’Iran, invece di legittimare il figlio di Wahrām II che fino al decesso del padre aveva rivestito la carica di Sagānšāh (Re dei Saci). Al termine della lotta al potere il nuovo sovrano Narseh fece erigere il monumento celebrativo di Paikuli sul luogo in cui aveva incontrato i “Grandi” del regno che lo avevano fiancheggiato contro Wahrām Re dei Saci e i suoi accoliti; la funzione principale della torre commemorativa e della sua iscrizione era quella di sancire la legittimità al trono dell’impero iranico da parte di Narseh . Nel contesto la narrazione appare redatta in discorso diretto, la qual cosa oltre ad avere una spiegazione grammaticale in quanto le lingue iraniche preferiscono evitare l’impiego del discorso indiretto, riveste qui anche un significato simbolico teso a evocare in maniera più vivida le parole del sovrano stesso. L’elenco dei dignitari che prestarono giuramento e riconobbero Narseh come legittimo Re dei Re, offre un essenziale documento storico sulla suddivisione territoriale e amministrativa del regno, sulle diverse cariche politiche e il rapporto che fra esse intercorreva all’interno della compagine imperiale.

OSTIA ANTICA


Il mitraismo e la sua diffusione nell'Impero Romano

La scelta di intraprendere la formazione archeologica sul campo con l’indagine di tre mitrei di Ostia antica, ha voluto rappresentare simbolicamente il forte spirito di collaborazione e amicizia fra i due team, italiano e kurdo, espresso proprio attraverso lo studio dei luoghi di culto della religione mitraica, ponte culturale fra oriente e occidente. Il Mitraismo, infatti, quale religione sincretistica, ha saputo assorbire e rielaborare, diversi elementi appartenenti alle civiltà dell’Oriente e del Mediterraneo antichi, dando vita ad un’espressione religiosa originale che conobbe un’ampia adesione dentro i confini dell’impero Romano e che riuscì a rivaleggiare,  per un certo periodo, col Cristianesimo nascente.
Di remota origine indo-iranica, le prime attestazioni della divinità conosciuta col nome di Miθra risalgono alla metà del II millennio a.C., quando in un trattato di pace suggellato fra il regno Ittita e quello di Mitanni, compare il nome del dio come garante del patto. A Mitra sono inoltre consacrati alcuni versi dei più antichi testi sia della religione zoroastriana (Yašt 10) in Iran, che di quella vedica (Rig Veda 3.59) in India. In queste prime attestazioni la divinità iranica appare come il garante dei patti e dei contratti, amico dell’uomo che rispetta l’ordine sancito dagli dei; Mitra è al contempo protettore dei pascoli e possiede alcuni caratteri di natura guerriera che nel corso dei secoli godranno di una sempre maggiore rilevanza. Alla sua figura, in oltre, sono strettamente connessi fenomeni luminosi legati al sole come, ad esempio, i primi raggi dell’alba. Nel corso della sua lunga evoluzione questa divinità ha incorporato diversi elementi provenienti dalle molteplici regioni con le quali le genti iraniche vennero in contatto; in particolare, con la nascita dell’immenso impero achemenide, la figura di Mitra ebbe la possibilità di confrontarsi con le antiche tradizioni religiose del Vicino Oriente assorbendone caratteristiche peculiari. Fondamentale fu l’influenza che il sistema religioso mesopotamico giocò sull’evoluzione della divinità iranica, così come, in seconda misura, le religioni anatoliche e quelle della fascia siro-palestinese. Le origini invece del Mitraismo vero e proprio, quale fenomeno religioso che si diffuse nella tarda antichità all’interno dell’Impero Romano, rimangono assai oscure; sappiamo che, specialmente in Anatolia, erano diffusi in età ellenistica culti connessi a questa divinità, ma ci sfugge quale sia stato il passaggio per il quale il Mitraismo sia divenuto uno dei più importanti fenomeni del complesso panorama religioso romano. Nel momento in cui inizia a diffondersi nell’impero, il Mitraismo appare già pienamente formato e organizzato e, benché fortemente ellenizzato, questo culto presenta ancora significative caratteristiche che ne denotano l’origine iranica, a partire dal nome del dio fino alle vesti con le quali esso viene sempre rappresentato nell’iconografia classica, come i pantaloni persiani ed il berretto frigio o ad alcuni temi dell’apparato mitologico. Le conquiste di Roma in Oriente e il continuo dislocamento delle legioni in diverse province di confine fece sì che il Mitraismo si diffondesse con capillarità fra i ranghi dell’esercito e di conseguenza in tutto l’impero. Per la ragione di essersi fortemente radicato nell’apparato militare, il culto di Mitra, conobbe grande successo nelle regioni dove erano stanziate le legioni a guardia dei confini, ad esempio in quella danubiana, renana, in Britannia, in Africa e naturalmente nel centro dell’impero, a Roma e a Ostia porto della capitale; proprio in questi luoghi sono stati scoperti la maggior parte dei mitrei, delle iscrizioni funerarie, dei sarcofagi, ecc. Spesso gli stessi imperatori per ingraziarsi il favore ed il supporto dell’esercito aderivano o comunque onoravano i misteri di Mitra, che veniva adorato tanto dai soldati semplici quanto dai più alti ufficiali. Essendo una religione dal carattere misterico, il Mitraismo è oggi conosciuto principalmente grazie alle evidenze archeologiche, mentre sono poche le fonti scritte che lo descrivono, ma da tutti gli elementi emerge il fatto che mai come nel corso del III secolo il Mitraismo fu tanto vicino alla possibilità di convertire l’Occidente greco-latino. Spesso identificato con il Sol Invictus  Mitra conobbe il massimo successo in un periodo nel quale la quasi totalità degli imperatori veniva acclamata dalle legioni e proveniva dai medesimi ranghi dell’esercito. Ciò che probabilmente ne causò il declino nel corso del IV-V secolo e l’affermarsi definitivo del Cristianesimo, fu proprio il carattere misterico, iniziatico, settario, il Mitraismo in oltre non ammetteva la partecipazione delle donne al culto, tutto ciò ebbe la conseguenza di inibirne una larga diffusione di massa. 

FORMAZIONE

Nell’ambito della missione congiunta, che ha visto la presenza in Italia di otto rappresentanti del Ministero della Cultura e del Turismo della regione autonoma del Kurdistan, Gianfilippo Terribili ha proposto un percorso formativo attraverso un ciclo di lezioni incentrate su aspetti che hanno caratterizzato lo sviluppo storico–culturale della civiltà iranica nel senso più ampio di questo termine. Più nello specifico l’analisi è stata indirizzata sulle prime testimonianze storiche che hanno interessato la catena montuosa degli Zagros nel corso della prima metà del I millennio a. C.; a tale premessa è seguito un ciclo di lezioni che ha avuto lo scopo di delineare le caratteristiche della regalità iranica, attraverso la simbologia e l’ideologia espressa nell’arte monumentale da un linguaggio iconografico persistente nel tempo. Si è a tal proposito cercato di individuare quegli elementi comuni, appartenenti alle tre grandi dinastie iraniche (Achemenidi, Arsacidi, Sasanidi), che sono stati a fondamento dell’ideologia regale e che hanno mantenuto viva e continua nel corso dei secoli la tradizione iranica connessa all’immagine del sovrano. Nel secondo ciclo di lezioni, invece, si è proposta la disamina storico–religiosa del mitraismo, fenomeno sincretistico fra mondo iranico e pensiero occidentale; analizzando la sua origine orientale, la sua diffusione nell’impero romano nella tarda antichità, il culto, la mitologia, il panorama socio-culturale, si è focalizzata, in particolare, l’attenzione sulla simbologia e l’iconografia presente negli spazi consacrati al culto mitraico. Quest’ultima tematica si è rivelata assai proficua e formativa in quanto i membri del team irakeno erano al contempo, sotto la guida della Dott.ssa B. Faticoni, impegnati nello scavo archeologico del mitreo delle “sette porte” di Ostia antica. Il Prof. C. G. Cereti ha invece intrapreso un corso introduttivo alla linguistica e alla filologia iranica, nel quale insieme agli sviluppi che hanno contraddistinto l’evoluzione degli idiomi iranici si è focalizzato l’interesse sul periodo linguistico conosciuto come fase medio-iranica alla quale appartengono i due idiomi (medio-persiano e partico) con cui sono composte le due versioni dell’iscrizione di Paikuli. Attraverso un’analisi testuale si sono delineate le caratteristiche principali, grammaticali, sintattiche e lessicali del medio-persiano, che dal III al VII secolo d.C. fu la lingua ufficiale del regno sasanide.

PAIKULI PROJECT © Copyright 2005 - 2008 e-mail: paikuli@paikuli.org - webmaster Dario Marletto

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